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Bias cognitivo, bufale e l’inutile debunking

Ha fatto scalpore qualche giorno fa uno studio dell’ IMT di Lucca che afferma l’inutilità del debunking (lo smantellamento di bufale, teorie del complotto, notizie false, ecc.) in cui tanti oggi si affannano sconcertati dall’ormai cosiddetta “era della disinformazione”. Anche LeScienze ha dedicato la copertina di febbraio a questo tema. Secondo il gruppo di ricerca guidato da Walter Quattrociocchi chi tende a credere alle bufale continuerà a farlo essenzialmente per due motivi. In primo luogo perché navigando su internet troverà siti a palate che riportano le stesse “notizie” (spesso solo per un semplice copia e incolla, se non pura manipolazione: molti siti vivacchiano di rendita sulle teorie del complotto), e, se non si hanno le competenze necessarie in quell’ambito e quindi un giusto senso critico, si scambierà questa abbondanza di siti per un’ulteriore conferma della “strana” novella. Il secondo motivo è il famigerato Confirmation Bias o pregiudizio di conferma: tendiamo a scegliere  le informazioni che confermano le nostre convinzioni e ignorare o sminuire quelle che le contraddicono. Persino Caitlin Dewey del Washington Post, da anni attivo nel debunking, sembra essersi arreso alla lettura di questo studio, almeno temporaneamente. Il problema di fondo sembra essere l’appiattimento delle opinioni su Internet e soprattutto sui social network ove, come scrisse anche Umberto Eco qualche mese fa, la voce dello scemo del villaggio ha, per molti, lo stesso valore di un’autorità sul tema in questione. E scemo del villaggio non vuol dire letteralmente scemo ma, peggio, la pessima abitudine di tanti stimati intellettuali di pontificare su argomenti che non conoscono: 60 milioni di commissari tecnici della Nazionale. Non so voi, ma personalmente mi spaventa l’idea di vivere in un mondo ove la parola dei sempre più invadenti “ricercatori liberi” (persone senza nessun titolo che si occupano ad es. di scie chimiche), tuttologi, salottieri televisivi ecc. conta come se non più di quella di un esperto e qui non si tratta solo di simpatiche storielle: la diffusione di notizie infondate e teorie del complotto, anche in campo ambientalista, sta generando vasti movimenti di opinione basati su pregiudizi infondati  con tutte le conseguenze del caso. Nessuno si farebbe operare da un non-chirurgo, ma le opinioni mediche di non-medici sono invece sparse e seguite dappertutto sul web. Le competenze non contano più, soprattutto in campo scientifico, e in Italia non mancano esempi di invasioni di campo della magistratura e di trasmissioni televisive in faccende di competenza della comunità scientifica come il recente e triste caso Stamina ha dimostrato ancora una volta. Si salvi chi può…meno male che c’è chi invece va avanti, come il nostro genetista Luigi Naldini che ha trovato davvero una cura incredibile e fantascientifica per i bambini affetti da leucodistrofia metacromatica (ma: ne avevate sentito parlare?).


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