Separazioni

Una mostra a Castel dell’Ovo per affrontare il tema della separazione

di Davide Di Marzo

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Dal 17 giugno al 4 luglio 2017, Castel dell’Ovo ospiterà la mostra “Separazioni”, a cura del gruppo ArgilRosa. Nèfesh Onlus-Psicologi e Psicoterapeuti Associati per la persona e le famiglie ha scelto di essere partner di questo evento, poiché si tratta di un tuffo nell’arte, nella bellezza e nella creatività che permette anche di riflettere su un tema vivo e presente nella quotidianità di ognuno: la separazione. Ma cos’è una separazione?

La parola “separazione” evoca in ciascuno suggestioni diverse. Viviamo  immersi in una dimensione sociale e culturale caratterizzata da separazioni laceranti e nello stesso tempo la separazione, negli medesimi ambiti, si pone come occasione di individuazione e di autonomia dal caotico contesto  di cui facciamo parte.

Se la si intende come “differenziazione” di un soggetto da un restante  piano indifferenziato, la separazione assume una connotazione positiva e propositiva: una figura che si eleva dallo sfondo è una figura che passa in primo piano, che conquista uno status di oggetto protagonista su tutti gli altri oggetti che restano a comporre il piano secondario. Guardando una fotografia, tra le molteplici immagini, colori e sfumature che la compongono, restiamo attratti solo da alcune sue parti, che percettivamente diventano  l’oggetto della fotografia, gli elementi protagonisti che convogliano la nostra attenzione. Qualsiasi immagine, fenomeno, evento; finanche i nostri pensieri, consistono in elementi che si sono differenziati da uno sfondo indefinito, assumendo così la loro oggettività, la possibilità di essere percepiti come elementi distinti.

Se invece si intende la separazione come un processo di allontanamento e di divisione, allora la si pensa come ad uno strappo, una lacerazione, che vìola il nostro bisogno di appartenenza e di continuità. I fenomeni sociali che caratterizzano la nostra epoca sono particolarmente incentrati su tale accezione della separazione: si reclama fortemente la necessità di tenere ben separate le diverse etnie sociali e le classi sociali, di stabilire delimitazioni e definire gli ambiti di appartenenza. Avvertiamo un forte bisogno di distinzioni, per non incappare in confusioni e sconfinamenti che minaccerebbero la nostra identità e il nostro senso di sicurezza.

Le due facce della separazione, come momento fondativo dell’unicità e dell’oggettivazione e come processo destrutturante e differenziante, quasi di rottura rispetto a una prospettiva di condivisione e di integrazione volte alla socialità e alla costruzione di una comunità allargata, fanno capo al medesimo movimento fondamentale: l’astrazione di un elemento, o più elementi, da un restante indifferenziato. La separazione appare quindi come un fatto antropologico ed ontologico necessario e fondamentale.

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L’essere umano è scandito dalla separazione. L’atto della nascita è solo la prima manifestazione di separazione, una separazione fisica che si pone simbolicamente come apripista di una lunga serie di separazioni che caratterizzeranno e favoriranno il processo di crescita e di acquisizione di autonomia. Tale processo determina anche la strutturazione della propria identità, anch’essa frutto di un complesso processo di separazioni da un’identità “basilare”, che in origine fa da sfondo alla nostra esistenza: l’identità culturale del nostro contesto familiare. Una separazione, quindi, che ha un valore fondativo per l’essere umano.

La nostra realtà psichica è minacciata, però, da separazioni patogene e destrutturanti. Quando la separazione si traduce in uno strappo, una rottura, allora la nostra individuazione diventa frammentaria, in certi casi anche posticcia. La graduale oggettivazione dell’uomo dal suo contesto originario rischia, in quei casi, di diventare una rottura che genera isolamento, solitudine e perdita dei riferimenti affettivi. Tali violente rotture si manifestano soprattutto nei momenti più delicati dello sviluppo psichico, quando da bambini compiamo i primi passi verso l’autonomia e quando da adolescenti ridefiniamo la nostra identità nel precario equilibrio tra un sentimento di appartenenza ed un bisogno di riformulazione creativa del proprio “sentirsi uomo”. Queste lacerazioni generano ulteriori rotture “interiori”, delle vere e proprie scissioni psichiche che delimitano la propria esperienza vitale ed affettiva: in questi casi, la separazioni si traduce in impossibilità di integrazione, e la delimitazioni che si sono prodotte nella nostra realtà psichica diventa delle pesanti limitazioni delle nostre possibilità di definirci come persone autonome e complete.

Il compito ontologico di ciascuno consiste nel definire e trasformare il proprio spazio di separazione. Siamo ingranaggi di un complesso sistema globale, di connessioni inscindibili e necessarie; e allo stesso tempo siamo individui distinti e separati, alla ricerca di una propria definizione. Delimitare e prendersi cura delle separazioni è necessario per non sfociare nelle due derive patologizzanti di questo precario equilibrio: da un lato, l’assoggettameto alienante all’Altro, ad una dimensione omologante e destrutturante; dall’altro lato, la separazione lacerante, che ci rende isolati ed incapaci di integrarci in una comunità umana foriera di occasioni di scambio e di crescita personale.


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