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di Maria Mastrolonardo

 

Nello scenario delle diverse tipologie di famiglie presenti nell’attuale panorama sociale si registra una popolazione animale di degno interesse: nelle case degli italiani vivono almeno 60 milioni di animali domestici, un numero che eguaglia quello degli umani del nostro paese. Secondo i dati Eurispes raccolti nel Rapporto Italia 2016, almeno la metà dei nostri connazionali accudisce qualche animale da compagnia. Il 22,5 per cento ne possiede un esemplare, il 13 per cento due o tre. Ma il 7,4 per cento degli italiani dichiara di accogliere in casa quattro o più animali.

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L’animale domestico possiamo affermare che è entrato di diritto a far parte della famiglia italiana. E come un componente a tutti gli effetti può assumere vere e proprie funzioni all’interno dello schema familiare. Gli psicologi che hanno osservato le dinamiche domestiche tra uomo e animale lo descriverebbero come mediatore di abilità psicosociali:

  • Può rispondere ad un bisogno di vita transitorio: c’è chi va a vivere da solo, ma portando con sè il proprio pet, che in questo caso sostiene il destreggiarsi tra la separazione dalla propria famiglia di origine e la competenza a prendersi cura di qualcuno Altro da Sè;
  • Può alleviare i vissuti di angoscia, abbandono e decadimento psicofisico negli anziani ormai rimasti soli;
  • O ancora può assumere una funzione pseudo-compensativa nella vedovanza o in fase postseparativa.

L’animale diventa una forma di sostegno nella complessità delle situazioni e nella quotidianità.

In sostanza la presenza di un pet può offrire una serie di spunti di benessere psicoemotivo!

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Su tale beneficio si fonda il lavoro clinico della Pet therapy. A partire dagli anni ‘60, quando il neuropsichiatra infantile Boris Levinson usò per la prima volta questo termine nel suo libro “The dog as co-therapist”, si è diffuso in molti paesi l’impiego di animali ai fini terapeutici. Infatti, in diversi contesti problematici, la relazione con il pet è in grado di impedire o di alleviare stati emotivi negativi, facilitare strategie di coping e di empowerment per il superamento di eventi critici, individuali o familiari, normativi e non.

I più recenti studi e ricerche zooantropologici pongono l’accento sul sistema interattivo uomo-animale e sulle sue potenzialità. Si sostiene infatti che tale relazione avvii processi di interazione con significativi risvolti riabilitativi e psico-educativi in diversi ambiti (bambini, anziani, disabili). Viene esaltato il valore della relazione eterospecifica e quindi il valore dell’alterità, stimolando la capacità di dialogare attraverso linguaggi differenti, amplificando ad esempio la capacità empatica.

Un esempio fu quando una squadra di Golden Retrivier, adeguatamente addestrati, aiutò la comunità  Newtown, Connecticut dopo la terribile sparatoria nelle scuola elementare di Sandy Hook del 14 dicembre 2012. Un ragazzo confidò di fronte al cane quello che era successo nella sua scuola, i suoi genitori dicevano era più di quanto avesse potuto condividere con loro. Una bambina che non aveva parlato fin dalle sparatorie finalmente cominciò a parlare con sua madre dopo aver accarezzato uno dei “confort dog”. Gruppi di adolescenti cominciarono ad aprire e discutere tra loro la paura e il dolore mentre si sedevano sul pavimento insieme, accarezzando lo stesso animale.

È stato dimostrato che il semplice petting – accarezzare un cane può diminuire i livelli degli ormoni dello stress, regolare la respirazione e abbassare la pressione sanguigna. La ricerca ha inoltre anche dimostrato che il petting rilascia l’ossitocina, un ormone associato all’affetto, sia nel cane che nell’uomo.

Entrare in relazione con un animale ci introduce in una grammatica emotiva inedita, dove l’uomo può apprendere un modello di interazione diverso con un essere diverso da sè.

 


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