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Partorire in Italia: tanta medicalizzazione, poca natura

Il 12 febbraio scorso per la prima volta in Italia le sale parto hanno fatto sciopero. Due le ragioni della protesta: la richiesta di garanzie per poter lavorare al meglio in strutture sicure e moderne, e nuove norme di legge per il contenzioso medico legale con tariffe controllate per le polizze assicurative.

Gli operatori hanno assistito solo le urgenze, rimandando le nascite programmate.

Ma come si fanno a rimandare delle nascite? La nascita non è un evento naturale di cui non si può prevedere data e ora?

Se si pensa che negli ultimi anni il ricorso al taglio cesareo è aumentato in modo drastico, tanto da portare l’Italia ad essere il Paese d’Europa con il più alto tasso (37.8%), secondo il rapporto Euro-Peristat 2008, superando così di gran lunga il valore atteso della media europea (20%), la risposta viene da sé: in Italia il parto è sempre più un momento medicalizzato e sempre meno spazio viene lasciato al decorso della natura.

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Come si partorisce in Italia? L’abbiamo chiesto a Giulia Anello, segretario regionale del Piemonte per l’Associazione Italiana di Ostetricia (A.I.O.).

Giulia, il ricorso al taglio cesareo nel nostro Paese è sempre giustificato?

L’alta percentuale di questo tipo di intervento chirurgico non è giustificata da un reale aumento dei fattori di rischio anzi, il suo uso è spesso indipendente dalle caratteristiche socio-demografiche e cliniche legate alle gravidanze. Tra le cause imputate ad un aumento così massiccio del taglio cesareo, a discapito del parto naturale, ci sono sia carenze strutturali che organizzative (basti pensare che in Piemonte, di 32 punti nascita, solo 17 presentano una équipe ostetrica completa 24 ore su 24), sia un processo di denaturalizzazione del parto che ha colpito il nostro Paese nel corso degli ultimi anni.

 Cosa intendi per denaturalizzazione del parto?

Il progresso della scienza in campo medico ha sicuramente portato ad ottimi risultati per quanto riguarda la riduzione di mortalità e morbilità materno-infantile, ma vorrei ricordare che un eccessivo uso della tecnologia a discapito di un approccio più naturale, lì dove la gravidanza segue un decorso fisiologico, ha portato a mettere da parte il lato umano dell’evento nascita, che non può discernere dal risultato biologico: il parto non può essere considerato solo un atto medico, ma è un evento che implica valori sociali e psicologici importantissimi che non vanno trascurati.

 Cosa si può fare per ridurre i cesarei?

È ormai dimostrato che la continuità assistenziale nell’intero percorso nascita (gravidanza-parto-pueperio) da parte della stessa figura professionale, implica una riduzione dei tagli cesarei e dei parti operativi vaginali (ventosa ostetrica/forcipe) favorendo quindi il parto spontaneo. Vorrei ricordare che l’unica figura professionale qualificata per stare accanto alla donna durante questo percorso, quando fisiologico, è l’ostetrica.

 Quali sono, secondo te, i diritti delle future mamme?

Le donne hanno il diritto di essere accompagnate da una figura competente, cioè un’ostetrica, che stia accanto a loro dal concepimento all’anno di vita del bambino, ricevendo sia l’adeguata assistenza sanitaria e psicologica garantita non solo dalla corretta evoluzione biologica, ma anche favorendo l’empowerment della donna, che potrà quindi decidere consapevolmente il luogo e il tipo di parto che è più consono alle sue esigenze rispettando anche una giusta continuità assistenziale anche al momento del parto stesso. Le donne hanno, inoltre, il diritto di essere seguite anche dopo la nascita del loro bambino, quando c’è bisogno di un adeguato sostegno all’allattamento al seno e una corretta riabilitazione del pavimento pelvico.

Cosa chiedete come AIO?

Chiediamo che anche in Italia vengano applicate le direttive europee per favorire una maggiore qualità assistenziale ostetrica. Per questo occorre un numero maggiore di ostetriche nei reparti per assistere al meglio tutte le donne ed i loro bambini e basterebbe applicare la riforma dei punti nascita, come abbiamo rivendicato nel giorno dello sciopero nazionale.

Un’esigenza sentita delle stesse donne, giusto?

Certo. Le future mamme spesso si rivolgono a figure non qualificate che vogliono però sostituirsi all’ostetrica, mettendo così inconsapevolmente a rischio la propria salute e quella del loro bambino. Noi chiediamo invece di investire sulle ostetriche, come hanno fatto i paesi europei, anche per eliminare la piaga dell’abusivismo professionale da parte di figure non riconosciute. Con l’aiuto di ostetriche è anche possibile partorire a casa o in case maternità, realtà poco diffuse nel nostro Paese.

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Un sempre maggiore scollamento dalla natura ha colpito da alcuni decenni la nascita.

L’eccessiva medicalizzazione si collega anche a molti altri momenti che precedono e seguono il parto: dalla gravidanza all’allattamento, dall’alimentazione alla cura. Ritorneremo ad affrontare questi argomenti.

 


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