Il glifosato è un pesticida comune, usato ampiamente ovunque dagli enti pubblici per la manutenzione del verde pubblico e dai privati per hobby e giardinaggio. Ma è un veleno pericoloso per la salute e per l’ambiente. Per questo è stata avviata la campagna per vietarlo a livello Europeo.
Come spiega il sito della campagna, il glifosato è l’erbicida più utilizzato su scala globale. È presente in oltre 750 formulati, tra cui il Roundup®, marchio registrato dalla multinazionale Monsanto, dedicati alle colture intensive, agli orti e al giardinaggio. Nel 2014 la produzione mondiale di glifosato ha superato le 800.000 tonnellate; il trend purtroppo nei prossimi anni è destinato crescere e si stima che entro il 2020 la richiesta possa raggiungere il milione di tonnellate. Lo sviluppo del mercato è legato al crescente impiego delle colture geneticamente modificate (OGM) resistenti al glifosato.
Il glifosato serve per uccidere le piante infestanti e agisce in modo non selettivo, ossia in grado di sterminare indiscriminatamente qualunque organismo vegetale sul quale viene impiegato.
Il glifosato può contaminare il suolo, l’aria e le acque superficiali e profonde. Il rapporto ISPRA sui pesticidi nelle acque italiane evidenzia che le sostanze più diffuse sono proprio il glifosato e il suo metabolita AMPA, a dispetto di affermazioni secondo cui l’erbicida si degraderebbe velocemente senza creare problemi.
Al di là delle rassicurazioni fornite dai produttori, il glifosato è una sostanza ad elevata tossicità ambientale capace di alterare la funzionalità degli ecosistemi e degli habitat naturali e ridurre drasticamente la biodiversità ritenuta fondamentale per la buona salute della biosfera, della popolazione umana e della stessa agricoltura.
La coalizione StopGlifosato chiede, in assenza di pareri univoci sul piano scientifico sulla cancerogenicità del glifosato:
La campagna vuole rendere evidente che le alternative al glifosato esistono: sono le buone pratiche agronomiche, ecologiche e sostenibili anche sul piano economico a partire dai metodi di coltivazione biologici e biodinamici.
Pratiche come lo sfalcio e la trinciatura delle erbe non possono essere considerate un ritorno al passato: sono, piuttosto, una delle risposte a una serie di emergenze, come il drastico impoverimento della sostanza organica nel terreno, l’esigenza di limitare l’erosione dei suoli e quella di proteggere la biodiversità e gli habitat naturali.
Oggi la vera innovazione è adottare l’approccio agroecologico, per migliorare la fertilità dei suoli, diversificare le produzioni, aumentare la capacità di sequestro di carbonio, garantire raccolti adeguati e affrontare il controllo dei parassiti e delle erbe seguendo e monitorando le dinamiche naturali.
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