Sostenibilità

Legno, riuso e impronta: come sta cambiando il materiale degli stand fieristici

 

Un allestimento fieristico ha una vita media di tre giorni. Viene progettato per mesi, costruito in settimane, montato in due notti e smontato in poche ore. Poi, in molti casi, finisce in un cassone. È una delle forme di consumo di materiali più intense e meno raccontate dell’economia degli eventi.

Tre giorni di vita, poi il cassone

Il problema non è la fiera in sé, che resta uno degli strumenti commerciali più efficienti per un’impresa. Il problema è come sono fatte le strutture che la riempiono: pannelli in truciolare accoppiato e incollato, moquette monouso posata e strappata, grafiche in PVC stampate con date e claim che le rendono inutilizzabili l’anno dopo, adesivi che rendono irrecuperabile il supporto su cui sono applicati.

Quantificare con precisione quanto di tutto questo finisca a smaltimento è difficile, perché i dati restano frammentati tra quartieri fieristici, allestitori e gestori dei rifiuti. Chiunque abbia visto un padiglione durante lo smontaggio, però, ha un’idea abbastanza chiara dell’ordine di grandezza.

Una parte del settore, va detto, il riuso lo pratica da sempre: gli stand preallestiti forniti dagli enti fiera e i sistemi modulari a noleggio vivono decine di edizioni. Il punto critico riguarda gli allestimenti personalizzati, quelli disegnati sull’immagine di una singola azienda, che sono anche i più costosi e i più facilmente destinati a un’unica vita.

Perché il legno torna al centro

La risposta più concreta non è un materiale nuovo, ma un modo diverso di usarne uno antico. Il legno consente strutture avvitate anziché incollate, quindi smontabili senza distruggerle; pannelli certificati FSC o PEFC, che documentano la provenienza della materia prima; finiture e vernici a base acqua al posto dei solventi; componenti numerati che tornano in magazzino e vengono rimontati in configurazioni diverse.

È la differenza tra riuso e riciclo, che nel dibattito pubblico vengono spesso confusi. Il riciclo prende un pannello, lo tritura e ne produce un altro, consumando energia e collanti; il riuso rimette in fiera lo stesso pezzo, tre, cinque, dieci volte. Chi progetta stand in legno per fiere ragiona per moduli proprio per questo: la sostenibilità di un allestimento non si decide a fine vita, ma nel disegno tecnico, quando si sceglie se un elemento sarà avvitato o incollato.

Legno, alluminio, PVC: un confronto onesto

Nessun materiale è buono in assoluto. L’alluminio è leggero, resistente e riciclabile un numero indefinito di volte, ma la produzione primaria ha un’impronta energetica alta; il suo vantaggio reale sta nel fatto che le strutture in alluminio circolano quasi sempre a noleggio, cioè vengono riusate per definizione. Il PVC è economico e ottimo supporto di stampa, ma difficile da avviare a riciclo e quasi sempre monouso. I tessuti stampati sono leggeri e riutilizzabili, a patto che il messaggio non cambi ogni edizione.

Il legno è pesante e richiede trasporto, ma ha una qualità che gli altri non hanno: è riparabile. Un pannello scheggiato si stucca e si rivernicia; una parete si accorcia; una struttura si riadatta a uno spazio diverso. La domanda ambientale corretta, quindi, non è di che materiale è fatto uno stand, ma quante volte quello stand verrà rimontato.

Cinque domande da fare a chi realizza l’allestimento

1) Da dove viene il legno e con quale certificazione di catena di custodia. 2) Quante volte le strutture proposte sono già state montate. 3) Quanta parte dell’allestimento rientra in magazzino a fine manifestazione e quanta viene smaltita. 4) Se le finiture sono a base acqua e se le grafiche sono rimovibili senza rovinare il supporto. 5) Chi si occupa dello smaltimento di ciò che non torna indietro e dove finisce.

Sono domande semplici e molto selettive: chi risponde con documenti, numeri di magazzino e certificati è credibile; chi risponde con aggettivi, meno.

Il conto lo chiedono i capitolati, non solo la coscienza

La spinta, del resto, non arriva più soltanto dalla sensibilità dei singoli espositori. I regolamenti di molti quartieri fieristici stringono su materiali e smaltimento, la rendicontazione di sostenibilità delle grandi aziende scende lungo la catena dei fornitori — e quindi arriva anche a chi costruisce lo stand — e nel settore pubblico i criteri ambientali che stanno entrando negli appalti pubblici stanno riscrivendo le regole del gioco per chiunque partecipi a una gara. Un allestimento riutilizzabile, oggi, non è più soltanto una scelta etica: è una voce che comincia a pesare nei bandi e nei bilanci.

Il passaggio successivo, per molte imprese, sarà misurare davvero: sapere quanti chilogrammi di materiale sono entrati in fiera, quanti sono rientrati in magazzino e quanti sono stati smaltiti. Finché quel dato non esiste, ogni dichiarazione di sostenibilità su un allestimento resta un’affermazione di intenti.

La prossima volta che si entra in un padiglione, la domanda interessante non è quanto costa quello stand. È quante edizioni ha già visto, e quante ne vedrà ancora.

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