Bilancio di sostenibilità per le PMI: dal 2027 c’è un tetto a ciò che i grandi clienti possono chiedere

 

Il questionario arriva di venerdì pomeriggio. Quaranta domande su energia, emissioni, rifiuti, infortuni e parità di genere, inviate dall’ufficio acquisti di un gruppo tedesco che da anni compra componenti da un’officina meccanica di sessanta dipendenti in provincia di Bergamo. Nella stessa settimana la banca, in vista del rinnovo del fido, chiede «qualche informazione ESG». In azienda nessuno ha mai scritto un bilancio di sostenibilità.

La frase che circola tra fornitori, commercialisti e direzioni aziendali è sempre la stessa: dal 2027 la rendicontazione di sostenibilità arriva anche alle PMI. Come descrizione della legge, è sbagliata. La maggior parte delle piccole e medie imprese italiane non dovrà pubblicare alcun bilancio di sostenibilità obbligatorio. A cambiare è l’economia intorno a loro. I grandi gruppi che dal 2027 rendicontano devono descrivere anche la propria catena del valore. Banche e assicurazioni chiedono dati su clima e personale perché valutano rischi. Nei bandi e nei contratti quadro la sostenibilità compare come criterio a sé. Per il fornitore non è un obbligo di legge. È una nuova moneta nei rapporti con i clienti più grandi.

In breve: dal 2027 non nasce per le PMI un obbligo generale di rendicontazione ESG. Aumentano le richieste dei grandi clienti e delle banche. Allo stesso tempo il diritto europeo fissa per la prima volta un tetto a ciò che un cliente soggetto all’obbligo di rendicontazione può pretendere, per il proprio bilancio, da un fornitore con fino a mille dipendenti.

Nessun obbligo di legge, ma il mercato chiede già

La pressione non parte dagli uffici pubblici. Parte dall’ufficio acquisti e dalla filiale della banca. La Commissione europea chiama questo meccanismo effetto a cascata: un grande gruppo non può misurare da solo i consumi energetici di centinaia di fornitori, e quindi li chiede, con un questionario, con un portale fornitori o con una clausola nel contratto.

In Italia il fenomeno è stato messo nero su bianco dal Tavolo per la finanza sostenibile, coordinato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze insieme a Banca d’Italia, Consob, IVASS e COVIP. Il documento «Dialogo di sostenibilità tra PMI e banche», pubblicato a dicembre 2024, parte da una constatazione semplice: le PMI, pur non essendo soggette alla normativa europea, si trovano già a fronteggiare richieste e sollecitazioni sia dalle grandi imprese committenti sia dalle banche. Lo scopo dichiarato è standardizzare quelle richieste, per evitare che ogni istituto inventi il proprio modulo.

I numeri europei dicono quanto è ampia la platea. Secondo la Piattaforma UE per la finanza sostenibile, le PMI producono oltre la metà del PIL europeo e circa il 63 per cento delle emissioni di gas serra delle imprese. Un’indagine della Direzione generale GROW della Commissione, riferita al 2022, rilevava che circa il 43 per cento delle medie imprese, il 31 per cento delle piccole e l’8,5 per cento delle microimprese aveva già ricevuto richieste di informazioni di sostenibilità da banche, clienti, assicuratori o altri partner commerciali.

Poi c’è il credito. L’OCSE riferisce che la maggior parte degli istituti finanziari intervistati raccoglie già dati di sostenibilità dai clienti PMI, e che quasi tutti gli altri prevedono di farlo. In Italia la seconda edizione dell’ESG Outlook di CRIF ha osservato che, nel secondo semestre del 2023, le PMI con un livello elevato di adeguatezza ESG hanno registrato un tasso di erogazione dei finanziamenti superiore dell’11 per cento alla media, mentre per quelle con un punteggio ESG molto basso il tasso si è ridotto del 6 per cento (fonte: CRIF, ESG Outlook 2024, seconda edizione; il tasso di erogazione è il rapporto tra importi erogati e importi richiesti). Per un’azienda con quaranta dipendenti, il colloquio sul fido o sul leasing dei nuovi macchinari può essere il primo momento concreto in cui mettere in ordine i dati su energia, emissioni e personale.

Chi dovrà davvero rendicontare dal 2027

Dopo la riforma Omnibus I, la platea delle imprese obbligate è molto più ristretta di quanto annunciato due anni fa. In sintesi, rientrano le imprese che superano in media i mille dipendenti nell’esercizio e i 450 milioni di euro di ricavi netti. Sono gruppi dell’industria, della distribuzione e della finanza. Non è l’azienda familiare con due capannoni e ottanta persone in produzione.

Questi gruppi non descrivono soltanto i propri stabilimenti e uffici. Devono raccontare anche che cosa accade nella loro catena del valore. Ed è lì che sta il fornitore italiano. Una parte delle emissioni, dei consumi energetici e dei rischi legati al lavoro di un grande gruppo nasce fuori dai suoi cancelli: dal trasportatore, dal terzista, dall’impresa edile in cantiere, dal fornitore di servizi informatici.

Per questo il gennaio 2027 è una data economica, anche se per le PMI non comporta alcun nuovo adempimento. Il grande cliente inizia a raccogliere i dati per il proprio bilancio. Il fornitore che non sa consegnarli in forma comprensibile non viola nessuna norma. Può però scendere nella valutazione dei fornitori, perdere punti in una gara o uscire dalla rosa al prossimo rinnovo del contratto quadro.

Cosa cambia davvero dal 2027: un tetto, non un obbligo

Il legislatore europeo ha raccolto una lamentela che arrivava da camere di commercio e associazioni di categoria di tutta Europa. I questionari arrivavano scoordinati, si sovrapponevano e spesso somigliavano a una copia in miniatura del bilancio di un gruppo quotato. La risposta è il tetto alle richieste di informazioni lungo la catena del valore, nel gergo di Bruxelles il value chain cap.

Per gli esercizi che iniziano dal 1° gennaio 2027, un’impresa soggetta all’obbligo di rendicontazione non può chiedere a un fornitore con fino a mille dipendenti, ai fini del proprio bilancio di sostenibilità, informazioni che vadano oltre lo standard europeo per la rendicontazione volontaria. Quello standard è il VSME. Il fornitore ha un diritto riconosciuto dalla legge di rifiutare le richieste ulteriori. Se il grande cliente chiede comunque di più, deve indicare quali informazioni superano il tetto e ricordare al fornitore quel diritto.

Non è una nota a piè di pagina. Per la prima volta una piccola impresa ha un punto di riferimento a cui appellarsi. Non deve indovinare quanti dati servano per soddisfare un cliente, e non deve organizzarsi come un gruppo quotato in formato ridotto.

I limiti di questo limite vanno però detti con chiarezza:

  • Protegge dalle richieste eccessive fatte per il bilancio CSRD del cliente, non da ogni domanda commerciale.
  • Non copre automaticamente i questionari di banche, assicurazioni e investitori, quando servono a valutare un rischio e non a redigere il bilancio del cliente.
  • Non cancella i criteri di gara né gli obblighi informativi già scritti nei contratti.
  • Non trasforma lo standard volontario in un obbligo di pubblicazione per le PMI.

La Commissione europea lo dice in modo esplicito: il tetto non crea per le imprese della catena del valore alcun obbligo di fornire informazioni di sostenibilità. Significa soltanto che un cliente soggetto all’obbligo non può pretendere più di quanto preveda lo standard volontario, quando raccoglie dati per il proprio bilancio.

VSME: la lingua comune tra PMI, banche e grandi imprese

Il VSME, lo standard volontario per la rendicontazione di sostenibilità delle imprese non quotate, è nato esattamente per questo: dare a quel dialogo una lingua comune. Il 3 luglio 2026 la Commissione ha adottato un regolamento delegato basato sul VSME. Il testo è stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 21 settembre 2026 come Regolamento delegato (UE) 2026/1560 ed è in vigore dal 24 settembre. Le modifiche rispetto al documento originale di EFRAG sono state volutamente contenute. Ogni ampliamento avrebbe alzato il livello del tetto e indebolito la tutela dei fornitori più piccoli.

In Italia il passaggio è già cominciato. A luglio 2026 la cooperativa ERICA di Alba, diciannove dipendenti, ha presentato il proprio bilancio di sostenibilità 2025 redatto secondo il VSME, una notizia raccontata anche su queste pagine. Lo stesso Tavolo del MEF presenta il proprio documento come complementare ai lavori di EFRAG, adattato alle specificità del contesto italiano.

Il VSME non è una versione in miniatura degli ESRS. Non richiede l’analisi di doppia materialità in formato gruppo. Ragiona per applicabilità: che cosa riguarda davvero questa impresa? Una galvanica rendiconta cose diverse da uno studio di ingegneria. Una lacuna dichiarata apertamente, con un piano per l’anno successivo, regge meglio di un numero che in banca o in un audit dei fornitori nessuno sa spiegare.

Lo standard prevede due livelli. Il Modulo Base raccoglie il nucleo dei fatti: energia, emissioni Scope 1 e Scope 2, acqua, rifiuti, organico, salute e sicurezza, prevenzione della corruzione. Il Modulo Completo aggiunge la descrizione di pratiche, politiche e azioni programmate, utile quando una banca o un cliente strategico se lo aspetta. Nessuno è tenuto a partire dalla versione più ampia. Ha senso il perimetro che la relazione commerciale richiede davvero. Un’avvertenza pratica: il periodo di riferimento del report deve coincidere con quello del bilancio d’esercizio, e conviene indicare nel documento quale versione dello standard e del modello digitale di EFRAG è stata utilizzata.

Quattro cose da fare prima che arrivi il questionario

Il momento peggiore per mettere in ordine i dati di sostenibilità è il venerdì pomeriggio in cui arriva il questionario con scadenza a inizio settimana. Il momento migliore è adesso, perché dal 2027 le richieste aumenteranno, non diminuiranno.

  1. Verificare che l’impresa sia fuori dall’obbligo. Per la gran parte delle PMI non quotate la risposta è sì. Vale comunque la pena controllare soglie, struttura di gruppo ed eventuali altri obblighi. Il tetto tutela le imprese con fino a mille dipendenti che restano fuori dalla rendicontazione obbligatoria.
  2. Dare un nome al destinatario del primo report. Una banca in fase di istruttoria chiede cose diverse da un cliente dell’automotive e da una stazione appaltante. Una frase sullo scopo del documento risparmia settimane di lavoro su dati che nessuno chiederà.
  3. Raccogliere i documenti prima di aprire qualsiasi modulo. Bollette di luce e gas, schede carburante, formulari dei rifiuti, libro unico del lavoro, registro degli infortuni, codice etico. Un bilancio di sostenibilità non comincia da un paragrafo sui valori dell’azienda. Comincia da carte che in amministrazione, nell’ufficio del personale e in manutenzione esistono già.
  4. Costruire una risposta riutilizzabile. Il cliente successivo raramente chiede contenuti diversi. Li chiede in un modulo diverso. Un report standardizzato riduce il numero di richieste singole, anche se non le elimina dall’oggi al domani.

Foglio di calcolo, consulente o software

Si può fare in un foglio di calcolo, con un consulente esterno oppure con un’applicazione che guida lungo la struttura del VSME. Un esempio di questa terza strada è ESGDO, applicazione per il report VSME disponibile in italiano e pensata per il mercato europeo: produce il documento in PDF e in formato XBRL, leggibile dai sistemi di banche e grandi imprese, e si paga una volta per report, senza abbonamento. Nessuno strumento però cambia il metro di giudizio. Il metro è semplice: ogni numero ha bisogno di un periodo di riferimento, di una persona responsabile e di una fonte. Se manca una delle tre cose, la cifra non regge alla prima domanda.

L’economia che si sta formando non chiede a ogni piccola impresa di pubblicare un bilancio. Chiede che i dati su energia, emissioni e lavoro entrino nei normali rapporti commerciali, come una certificazione di qualità o un tempo di consegna. Le imprese che li tengono in ordine per tempo sono più facili da valutare per la banca e più comode da gestire per un gruppo obbligato a rendicontare. Così il gennaio 2027 perde il suo aspetto minaccioso. Diventa il momento in cui il mercato adotta un formato comune e una piccola impresa sa dove finisce il suo dovere e dove comincia la sua tutela. La sostenibilità che conta, del resto, è quella che si può dimostrare.

Fonti: Direttiva (UE) 2026/470 (Omnibus I); Regolamento delegato (UE) 2026/1560 della Commissione, adottato il 3 luglio 2026 e pubblicato in Gazzetta ufficiale il 21 settembre 2026; chiarimenti della Commissione europea sul tetto alle richieste lungo la catena del valore; Ministero dell’Economia e delle Finanze, Tavolo per la finanza sostenibile, «Dialogo di sostenibilità tra PMI e banche», dicembre 2024; Piattaforma UE per la finanza sostenibile, semplificazione della finanza sostenibile per le PMI; OCSE, Financing SMEs for Sustainability; CRIF, ESG Outlook 2024, seconda edizione.