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Il vino come al tempo degli antichi Romani

Il Mediterraneo come culla di viticoltura e di sperimentazione. Questo l’intento dell’Istituto per i beni archeologici e monumentali del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IBAMCNR) che con il progetto “In vino Veritas” mira a riprodurre le tecniche di conduzione di un vigneto secondo i dettami dei testi classici di epoca romana, cercando per quanto possibile di ricreare anche gli utensili tipici di allora ed i materiali.

L’intento è di verificare oggi i termini di resa produttiva e l’applicazione di metodi agronomici millenari. Le “istruzioni” saranno infatti prese in larga parte dai testi di Virgilio (Georgiche, 30-37 a.C. ) e di Columella (De re rustica 60-65 d.C.). Sono stati ricostruiti antichi strumenti come la falx vinitoria, falcetto per potatura e vendemmia, e la “cicogna” misura in legno che consentiva di verificare che il lavoro di scavo avvenisse sempre alla corretta profondità. Oggi entrambi gli strumenti sono stati soppiantati da cesoie, anche pneumatiche, e tracciatori laser.

Entro cinque anni il vigneto avrà una superficie di 5000 metri quadrati, secondo Daniele Malfitana e Mario Indelicato, rispettivamente direttore dell’ IBAM e tesista-esecutore del progetto. La resa a regime dovrebbe essere attorno ai 50 quintali, quindi di poco inferiore alla produzione di un vitigno moderno. Indelicato racconta di un mestiere, l’archeologo, che prima di tutto è una passione:

Il bacino del Mediterraneo è ricchissimo di segni archeologici che rimandano alla coltivazione e al consumo del vino, basti pensare alle anfore e alle ceramiche. Questa sperimentazione per un archeologo è un momento di verifica delle fonti importantissimo. L’archeologo è inoltre abituato al lavoro manuale, ne fa moltissimo è parte fondamentale del mestiere. L’attività in campo nel vigneto non mi è pesata, sono abituato. Abbiamo iniziato un progetto che costituisce un unicum nel panorama italiano e l’obiettivo è farne un volano per il territorio che coniughi storia e produzione”.

Lo studio attualmente in corso è condotto nella Piana di Mascali, sul versante nord-orientale dell’Etna, da sempre vocata alla produzione agricola per la particolare fertilità dei propri suoli.

La scelta del vitigno da impiantare è stata operata fra quelli della collezione della “vigna delle reliquie etnee” (Alicante, Bottone di gallo, Grecaù, Jaquez, Mantellato, Nerello cappuccio, Nerello mascalese, Racinedda, Terribile, Vispara) in collaborazione con il Centro per l’innovazione della filiera vitivinicola di Marsala. Il vitigno nel suo complesso dovrà avere le caratteristiche più simili alle viti coltivate due millenni orsono per poter applicare coerentemente le tecniche del periodo. Le varietà coltivate a partire dalla fine dell’‘800, infatti, sono innestate su vite americana per contrastare efficacemente la diffusione della fillossera, insetto che provoca in breve tempo danni alle radici e la conseguente morte della pianta. Al tempo dei romani questo dannoso fitofago non era conosciuto poiché di provenienza nordamericana.

L’idea non è unica nel proprio genere. Progetti simili sono stati realizzati in Italia e all’estero, fra tutti quello di Mas de Tourelles spicca per suggestione in quanto le varie operazioni di campo e di cantina erano condotte con abiti dell’epoca.

La sperimentazione sicula, attraverso l’analisi dei dati raccolti ed elaborati alla conclusione del progetto, consentirà di capire se fra le tecniche suggerite dai classici ve ne siano alcune ancora utili alla moderna viticoltura. Inoltre fornirà un importante approccio didattico all’archeologia passando dalla teoria alla pratica.

Per la prima vendemmia romana e vinificazione in anfora occorrerà però attendere ancora due anni.

Cristina Delbuono agronomo, progettista ambientale, knitter e blogger – nell’ordine che preferite – vivo in campagna conservando uno spirito spietatamente metropolitano – http://justalittlebitofgreen.com/

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