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Giornata di munnezza #1 – Racconto

“Questa volta faccio sul serio”.

E mentre lo diceva, quasi non riusciva a credere di averlo detto. Lo stava gridando. Le parole uscivano dalla sua bocca e a stento riusciva a trattenerle.
Si aggirava isterico, sudando e barcollando, nel buio totale di quella notte.

Alcune luci iniziavano ad accendersi in fondo alla cancellata. Prima una, poi due. La gente usciva fuori dalle case per capire cosa stesse succedendo.
Casino ce n’era già stato, nei giorni passati. Eccome. Era stata la crisi maggiore da quando l’emergenza era iniziata. Ma che emergenza, ora non era proprio più il caso di chiamarla così. Era ormai bella che emersa. Ed era ovunque, intorno a lui.
Nera, lucida, ammassata in grossi sacchi trasbordanti. Puzzolente, viscida, incontenibile. Brutta, brutta, bruttissima. Ammonticchiata, sparpagliata, spalmata come maionese su enormi fette di pan carré. Distribuita a montagnole, a montagne e montagnelle, sminuzzata, triturata, bruciacchiata. Era tutta lì, segno evidente e tangibile di decenni di mala amministrazione.
Puzzava, Dio se puzzava. Lì attorno tutti col naso turato, solo Enzo Esposito che si dimenava a più non posso, e non pensava neanche un attimo di abbandonare la sua protesta.

Ah sì, quello che si sbatteva come un pazzo sulla montagnella di rifiuti verdognola era Enzo Esposito. Cinquant’anni, regolarmente sposato e regolarmente disoccupato, viveva ormai da una trentina barcamenandosi tra un lavoro precario e due a nero. Una passata di stucco a casa di un conoscente, due giorni a lavorare come muratore senza elmetto in un cantiere di via Chiaia. Solite cose, insomma.
Ogni tanto una bolletta e una sisàl, che San Gennaro magari ci fa la grazia. Nulla ancora però, finora. Un finora che durava ormai da cinquant’anni.

E allora Enzo, per gli amici Enzuccio, sul serio non ce la faceva più. Non ce la faceva più nel senso che aveva due figli e non aveva lavoro.
Ma voi lo sapete cosa significa avere due figli e non avere lavoro? Significa che i tuoi figli ti guardano ogni mattina come se fossi la schifezza più schifosa della terra. Cioè, loro non vorrebbero darlo a vedere, diamine. Sei sempre il loro padre. Ma negli occhi, nel profondo degli occhi si vede. Eccome se si vede.
E quindi tiri avanti, tiri dritto, aspetti qualcosa che arrivi dal cielo, un segnale. Ma il posto non c’è, soldi neppure, e ti ritrovi costretto a vivere nei pressi di una ex discarica chiusa dal ‘96. Più di dieci anni, poi arriva qualcuno e ti dice: te la riapriamo, proprio sotto il naso.

Sì, va bene, Napoli fa schifo, l’immondizia si ammassa agli angoli delle strade manco fossimo in India, in Bangladesh, nella Napoli del Medioevo con tanto di colera.
Sì, va bene, ma tutta questa munnezza, proprio di fronte casa sua, scaricarla? Enzuccio, non ci poteva pensare. Non ci dormiva la notte. Lui che aveva la mamma all’ospedale, bel regalo dell’anno nuovo. Al fegato. Il padre, invece, se n’era andato cinque anni fa. Lui ai polmoni, forse troppa munnezza bruciata e respirata nel corso degli ultimi anni. Ma non sta bene parlare dei morti. Lui era vivo e poteva fare qualcosa. Lo leggeva negli occhi della gente del quartiere che, come lui, non sapeva cosa fare. Sbigottito, vedeva attorno a sé solo persone sfatte, distrutte, rovinate da decenni di loschi affari politici e magna magna.
Camorra, sindaci, assessori, governatori, presidenti della Repubblica. Tutti insieme, uno dopo l’altro, alternati e mescolati, avevano contribuito a superare ogni limite. Ad arrivare lì dove si era arrivati.

Come avevano fatto? In realtà, pure a pensarci, non se ne rendeva conto. Pensava, certo, che c’era un giro di camorra-soldi-interessi-poteri così grande sulle loro teste, ma non credeva si arrivasse a tanto. Che si giocasse così con la vita della gente.
Ma anni e anni di disinteresse e cinismo e guardate dove si è arrivati, pensava. Mentre pensava, gridava. Le sue grida attiravano sempre più curiosi. Sempre di più. Dieci, venti, una cinquantina. Poi la polizia. Eccola lì, la prima camionetta. Due, tre, in un attimo dieci.

Che facciamo, marescià? Ci attiviamo?”.
Aspettate ancora un poco, aspettate. Vediamo dove vuole arrivare”.

 

Continua su Econote il prossimo sabato

Leggi la seconda parte del racconto

Antonio Benforte

Vice-presidente dell'associazione culturale, scrive su Econote.it dal 2008. Giornalista e social media manager, crede nelle potenzialità della rete e in un mondo migliore, e nel suo piccolo si impegna ogni giorno per renderlo tale.

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