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Giornata di munnezza #2 – Racconto

I pensieri viaggiavano velocissimi, Enzuccio non era mai stato più sicuro di così. Sapeva quello che doveva fare, finalmente.

Come in preda a un’illuminazione, quella mattina, si era svegliato e si era diretto a casa del fratello, che viveva sulla stessa strada, giusto qualche cassonetto ricolmo più in là. Bussando alla porta, era stato accolto da un: “Diosanto, che puzza. Ma che roba è?”.
A’ munnezz, Tonì. Pare che non lo sai. Siamo pieni, stiamo esplodendo. Qua succederà il finimondo. Che me la dai la pistola che tieni nel cassetto?”.
E che ci devi fare?”.
Sparargli un colpo in testa, a ‘sta  munnezza”.

Ovviamente Tonino, pur detenendo legalmente la pistola essendo guardia giurata ma essendo anche parecchio nervoso per l’emergenza emersa dei rifiuti, non pensava affatto di dare la pistola a suo fratello evidentemente fuori di sé. No, né ora e né mai. Alla fine riuscì a farsi convincere, ma solo con la promessa di regalargli quell’autografo di Maradona a cui lui teneva tanto, e che era l’unica cosa di valore che Enzuccio possedeva.
Era tornato a casa, l’aveva appoggiata sul tavolo.
Era da solo, nel bilocale di 50 metri quadri con angolo cottura e i panni stesi ad asciugare in bagno cieco. Da solo, con una moglie a fare le pulizie a via Petrarca, la figlia più grande all’ultimo anno di superiori (“Papà, ci posso andare all’università?”) e o’ piccerill tutto scuola e Playstation e pallone in cortile. Bambino modello.

Eccolo lì, allora. Tutto il pomeriggio a fissare quella cosa. Bella luccicante, non gli faceva mica paura. Eppure era quello che era. Una pistola. Pi-sto-la. Con timore reverenziale, perché pistola significa potere, potere di decidere il come il cosa il dove e il perché delle cose. Potere di fare del male, soprattutto: di attuare soprusi, di richiedere il pizzo, di distruggere famiglie, di mandarle in miseria nel giro di poche settimane.
Una pistola può tutto. Tutto questo ma anche altro. Può servire a compiere gesti estremi, memorabili, definitivi. E far capire a tutti dov’è il giusto, dove l’errore. Può far sentire a pieno la disperazione, la rabbia, la frustrazione di anni e anni passati in un limbo esistenziale, sociale, politico. In balìa di altri, senza controllo su se stessi. Una vita intera, cinquant’anni, trascorsi così senza senso. E attorno a te tutto è tossico, tutto fa schifo. Mangi mozzarella di bufala aversana ma forse è alla diossina, lo stesso vale per l’insalata, addirittura il latte? L’aria che respiri ti fa male, ma neanche ci fai caso, lo sai e non ci pensi. Ma ti fa male, ti logora dentro, a poco a poco. Vedi morire attorno a te amici, parenti, colleghi, conoscenti. Non sai perché. Ti sforzi a comprendere, ma non capisci. Poi capisci. A trecento metri in linea d’aria hai una discarica. Tossica. Dentro c’è di tutto, l’immondizia è “tutto intorno a te”. Altro che la Vodafone. Te ne fotti della tariffa più economica, se vivi tra i sacchetti .

E bisognava fare qualcosa. Enzuccio maturò questa convinzione, seduto al tavolo della sua cucina, mentre dietro di lui andava in onda Barbara D’Urso su Canale 5.

Rimase a fissare il vuoto per ore. Quando scese in strada stava appena calando la notte. Si passò una mano in faccia, disperato. Nell’altra stringeva forte la pistola.

Continua su Econote il prossimo sabato

Leggi la prima parte del racconto

 

 

 

Antonio Benforte

Vice-presidente dell'associazione culturale, scrive su Econote.it dal 2008. Giornalista e social media manager, crede nelle potenzialità della rete e in un mondo migliore, e nel suo piccolo si impegna ogni giorno per renderlo tale.

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