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Mamme canguro: cosa significa “portare i bambini”?

Gli inglesi lo chiamano babywearing (letteralmente “indossare il bambino”), in italiano l’espressione più in uso è “portare”. Di fatto, si tratta del sistema più antico e universale per trasportare i bimbi che non sono ancora in grado di spostarsi autonomamente: portarli sul proprio corpo con l’aiuto di fasce o altri supporti di stoffa. Un po’ come accade tra le altre specie di primati, con le femmine che se ne vanno a spasso, per mesi o anche anni, coi piccoli aggrappati alla propria pelliccia. Per noi umani, il babywearing è stata l’unica opzione possibile per migliaia di anni, fino a quando, verso la metà del diciottesimo secolo, non è stata inventata la prima carrozzina per neonati. In molte parti del mondo, comunque, portare i bambini è tuttora un’abitudine consolidata, il sistema di viaggio più usato nei primi anni di vita.

 

Oltre che pratico ed economico, in effetti, il babywearing resta il modo più “naturale” di trasportare un bambino. Il più istintivo, per così dire. Una specie di prolungamento extracorporeo della gravidanza, che permette al genitore (in questo caso, tra l’altro, la possibilità è identica per le mamme e per i papà!) di tenere il proprio figlio pancia a pancia, pelle a pelle, assicurandogli in ogni momento calore, conforto e “contenimento”.

Molti gli psichiatri e pediatri convinti che il contatto prolungato sia il modo migliore per crescere dei bambini indipendenti e sicuri e lo raccomandano come soluzione da preferire rispetto a carrozzine, passeggini, ovetti e altri supporti di questo tipo.

Dal punto di vista ambientale, inoltre, portare i bambini consente di spostarsi agevolmente a piedi anche su distanze e tracciati un po’ più impegnativi, con l’ulteriore vantaggio di avere sempre le mani libere e di poter allattare con discrezione in qualsiasi contesto, spesso continuando a fare esattamente la stessa cosa che si stava facendo prima della poppata. Chi sceglie la strada del babywearing, però, dovrebbe fare attenzione al supporto porta-bebè da utilizzare. Gli esperti, per esempio, sconsigliano i marsupi “convenzionali”, soprattutto usati nella posizione fronte strada. Dal punto di vista psicologico, infatti, questo tipo di supporto non permette un adeguato contenimento, lasciando il bambino, in un certo senso “appeso” al corpo del genitore. Anche sul piano fisiologico, la posizione “faccia al mondo” non è la più corretta, dal momento che la colonna vertebrale del bimbo tende ad arcuarsi ad “S” e il peso del bambino viene scaricato quasi interamente sui genitali.

Meglio, insomma, preferire quei supporti, come fasce e mei tai, che consentano di portare i piccoli solo “fronte mamma”, o, quando sono un po’ più grandicelli, sistemati sul fianco o sulla schiena del portatore. Con questi sistemi, infatti, il bambino assume una postura più corretta, la cosiddetta posizione ad M, rannicchiato sul petto dell’adulto con le ginocchia leggermente divaricate e poste all’altezza del proprio ombelico. Chi pensa di non sentirsi a proprio agio con una fascia o un mei tai da annodare, può optare per un marsupio ergonomico, che coniuga la praticità dei marsupi con la sicurezza del mei tai.

Per maggiori informazioni: Babywearing International, promotore, ogni anno a ottobre, della Settimana Internazionale del Portare, con iniziative ed eventi di sensibilizzazione in ogni parte del mondo.

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