Esce oggi questo interessantissimo saggio Add Editore, che già dal titolo spinge verso un’approfondita riflessione: l’empatia è politica. Non è una domanda, ma una constatazione.
Questo testo è molto denso, per certi versi innovativo, ed è stato scritto da Samah Karaki, neuroscienziata di origine libanese, e pubblicato in Italia da Add Editore.
È un libro che ha fatto all’estero e farà sicuramente anche nel nostro paese molto discutere perché smonta uno dei “miti” più intoccabili della nostra epoca: l’idea che l’empatia sia una forza puramente positiva, universale e capace, da sola, di risolvere i problemi del mondo.
Questo perché “l’empatia ha le sue ragioni che la ragione ignora”, scrive chiaramente l’autrice già nell’introduzione. La Karaki, infatti, partendo dalle neuroscienze, spiega che il nostro cervello non è programmato per provare empatia verso tutti allo stesso modo. Al contrario, l’empatia è biologicamente prevenuta: scatta molto più facilmente verso chi ci somiglia, verso il nostro “gruppo” (etnico, sociale, politico).
Forse anche per questo il libro è dedicato “Agli invisibili” e il sottotitolo spiega ancora meglio l’intento di questo volume. Cercare di dare un senso, spiegare chiaramente “regole sociali e biologia dei sentimenti”.
Nelle pagine del volume ci addentriamo progressivamente in un’analisi di alcuni meccanismi che sono alla base della nostra quotidianità- “essere testimone di una sofferenza, ci dà l’illusione di aver fatto qualcosa per mitigarla”.
Paradossi dei tempi moderni, soprattutto. E dell’empatia che – con richiami di Foucaultiana memoria – diventa sempre più uno strumento di potere. Mostriamo maggiore empatia per certi contesti, rispetto ad altri, e con dovizia di studi e riferimenti l’autrice ci mostra come spesso chi occupa posizioni di alto potere tende a perdere parte della propria capacità empatica o, allo stesso tempo, ai gruppi oppressi viene spesso chiesto di essere empatici verso i propri oppressori per “favorire il dialogo”, creando una dinamica di potere sbilanciata.
Leggendo in rete un’intervista all’autrice scopriamo che “In primo luogo, ho seguito con grande attenzione ciò che stava accadendo in Palestina, in particolare nei mesi di ottobre e novembre 2023, e il modo in cui i media e il dibattito pubblico in Francia, dove vivo, hanno interpretato questi eventi. Ho notato come entrambe le parti fossero accusate di mancanza di empatia, ma soprattutto come le emozioni fossero sistematicamente utilizzate come strumento per giustificare la violenza. Ad esempio, gli analisti politici dei principali programmi di informazione hanno difeso le azioni di Israele presentandole come risposte a un trauma collettivo o a un lutto, rendendo così quasi impossibile qualsiasi critica. Le emozioni sono state poste al centro dei dibattiti politici, non per favorire la comprensione o alleviare la sofferenza, ma per giustificare la brutalità”
Questa è stata la molla che ha portato l’autrice a riflettere su queste dinamiche in modo organizzato.
Il resto dell’intervista, in inglese, è qui: https://untoldmag.org/empathy-is-political/
Certi paragrafi sono illuminanti – come quello su Razzismo scientifico, ragione ed emozione o Amare noi più di loro, il favoritismo endogruppo. Soprattutto quest’ultimo, nel quale in pratica scopriamo leggendo che “siamo più disposti ad aiutare le persone per le quali proviamo empatia e che appartengono al nostro gruppo, anche se possono averne oggettivamente meno bisogno di persone esterne al gruppo che però suscitano in noi meno empatia”.
E allora? Temi come empatia, politica, soprattutto nell’epoca moderna, così ricca di input, social, dinamiche virali, finiscono per essere molto complessi.
Nell’era del politicamente corretto e della salvaguardia a livello globale dei diritti umani, l’empatia dovrebbe essere la base dei rapporti umani e tra stati. Ma finisce spesso per essere è una bussola morale che tende a escludere e dimenticare coloro che sono considerati «altri», culturalmente o geograficamente.
Non basta vedere e condividere un video di una tragedia globale sul nostro feed di instagram, per poter dire “ho fatto la mia parte”. E’ in fondo allora un sentimento subdolo e selettivo, questo dell’empatia. Uno dei sentimenti meno neutri, forse, anzi molto polarizzato e soggetto a manipolazioni quotidiane, online e offline.
Siamo tutti vittime di queste dinamiche – e giornalismo, media, social – non fanno che complicare ancora più le cose. Bisogna fare ordine, non dare niente per scontato. E saggi come questo aiutano ad aprire gli occhi, a riflettere soprattutto. Cosa che, di questi tempi, non è affatto scontata.
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