Gli autori smontano con pazienza da storici e con il gusto affabulatorio di chi sa raccontare bene le mitologie che ogni nazione costruisce intorno al proprio cibo. Si scoprono tante curiosità e storie dietro al cibo, che normalmente non si conoscerebbero, come che il caffè ha una storia che si intreccia con quella di abusi e violenze su migliaia di schiavi a Santo Domingo, attraversa varie fasi ed epoche (3, secondo alcuni) ma è in realtà ancora più stratificata; leggiamo e scopriamo anche che la prima foto conosciuta di un doner kebab nell’impero ottomano fu scattata nel 1855 da James Robertson, capo incisore della Zecca imperiale ottomana; ancora, che dietro la baguette, simbolo del cibo francese per eccellenza, ci sono varie storie e leggende, tra cui quella che fu inventata da Napoleone I, visto che con la forma allungata era più facile trasportarla nei cappotti della Guardia Imperiale. “Una storia vitale e deliziosa” come la definiscono i curatori nello scritto introduttivo. Ci dicono inoltre che “moltissimi piatti e cibi sono diventati espressione di identità locali o nazionali. Sono nate leggende, come quella della pizza Margherita, così chiamata in onore della regina Margherita di Savoia, i cui tre colori – pomodoro, mozzarella e basilico – evocherebbero la bandiera italiana. Su scala diversa, il Christmas pudding divenne così rappresentativo dell’Impero britannico che, intorno al 1920, alcune colonie si lamentarono con Londra perché i loro prodotti non figuravano nella ricetta […] Questo rappresenta il compimento di un lungo processo. Dal XIX secolo le esposizioni universali divennero i luoghi privilegiati per simili forme di espressione identitaria”.
Il punto centrale del libro che raccoglie quasi 100 contributi, però, non è semplicemente aneddotico. Singaravélou e Venayre sostengono una tesi precisa: le origini dei cibi si perdono nella notte dei tempi, e sotto ogni rivendicazione di autenticità si nasconde una storia di spostamenti, contaminazioni, scambi. Quello che chiamiamo “tradizionale” non è mai stato fermo e i cibi, semplicemente, non hanno mai smesso di viaggiare. Ma qualcosa cambia nella seconda metà del Settecento, quando tre fenomeni si intrecciano e accelerano bruscamente questa circolazione: la nascita di nuovi desideri identitari, lo sviluppo dell’industria, l’espansione dei commerci su scala planetaria. È lì che la cucina, per come la conosciamo oggi, comincia davvero a prendere forma.
Il vero punto di forza del volume, dunque è proprio questo, non limitarsi all’aneddotica ma fornire una panoramica completa dei risvolti sociali, culturali, politici quasi, del cibo. Il libro giunge sugli scaffali in un momento in cui il cibo è diventato terreno di battaglia culturale e identitaria in molti paesi, partendo dal nostro: patrimonio da difendere, simbolo nazionale da rivendicare, e proprio per questo suona particolarmente utile. Il celebre motto di Brillat-Savarin, celebre gastronomo francese della fine del Settecento, «Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei», non è mai stato così citato, eppure è spesso frainteso: La tavola del mondo ci racconta che dietro ogni piatto “nazionale” c’è quasi sempre una storia di frontiere attraversate, di mescolanze e popoli che si incontrano. Una storia, appunto, vitale e deliziosa, da leggere con la stessa curiosità con cui si assaggia un piatto mai provato prima.
La tavola del mondo
di Pierre Singaravélou e Sylvain Venayre
Traduzione di Marco Aime e Magda Redaelli
Illustrazioni di Isabella Bersellini
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