Fame del mare di Danila Giancipoli è un libro di poesie pubblicato da Neo Edizioni e uscito a maggio. Il piccolo volume lo scorso anno ha vinto la seconda edizione del Premio Neo Edizioni – sezione poesia (con il sostegno del Mic e di Siae, nell’ambito del programma “Per chi Crea”), con questa motivazione:
In poesia la Voce è fondativa perché è nella Voce, prima di ogni altra cosa, che la poesia si realizza; è un timbro, una tonalità, l’accordo che stabilisce la linea melodica, la frequenza che entra in risonanza e si modula nella Voce di chi poi la legge. “Fame del mare” di Danila Giancipoli si offre come una raccolta la cui Voce ha la frequenza del nostro contemporaneo, è una voce libera nell’uso della lingua e dello stile. Qui la dimensione intima diventa ampia, il dentro e il fuori risuonano tra loro perché questa è la condizione del viaggio, tema centrale delle poesie: il noto che ci portiamo dentro si mescola all’ignoto che incontriamo, in un processo di svelamento continuo. Nel dire di Danila Giancipoli abbiamo trovato quello che cercavamo, un catapultarsi nel nostro mondo e portarlo agli occhi degli altri, viaggiare con lei nella Beat Generation, farlo con un linguaggio di casa, alla costante ricerca del mare, e immergervisi; un mare le cui maree lambiscono porti e spiagge ma anche fermate degli autobus e divani di casa. C’è giovinezza, c’è libertà, c’è consapevolezza, c’è curiosità, c’è una fame che non si sazia e che, come il mare, è in perenne moto per modularsi col cosmo verso cui si sporge.
Questo commento riassume molti degli elementi fondativi di questa raccolta di poesie, e soprattutto di quello che è l’approccio della poetessa ai versi e alla costruzione delle sue opere: il dentro e fuori, la libertà della forma verso, il differenziarsi degli stili nei vari poemi, la narrazione di una quotidianità fatta di piccole cose, sigarette, panini, panorami, di piccole città, camere d’albergo, e ovviamente tanto, tanto mare. Le poesie attraversano città precise – Lisbona, Dublino, Torino, Riviera romagnola, tra le altre – mescolando luoghi vissuti e forse luoghi immaginati, facendo sì che il lettore possa ritrovare pezzi di sé anche in città mai visitate.
Il libro è il terzo titolo di Giancipoli, dopo due raccolte già premiate nel 2023 e 2024 (Premio I Murazzi, Premio Internazionale Forma Cultura, Premio Metropoli di Torino). Le poesie, spiega l’autrice, sono nate da una serie di punti che si sono allineati: “non credo che il tempo concesso nelle città in cui viviamo o dove capitiamo possa davvero essere mai abbastanza” e poi continuando “Quando ho iniziato questo libro avevo in mente solo il mare e la sua mancanza che solitamente viene a bussarmi verso marzo”.
Il titolo stesso è programmatico, in quanto spiega che racchiuse nel cuore di queste poesie non troviamo semplice turismo o di viaggi rassicuranti, ma una ricerca costante che non si placa mai. “Il mare lo sogno”, continua l’autrice, scrivendo che “non riesco a forzare la mia scrittura in una poesia simbolista, aulica. Ho capito e ho deciso, soprattutto dopo aver visto l’Oceano del Portogallo, che non voglio stupire nessuno”. Quindi, questa è una raccolta di poesie che non offre nient’altro che, o meglio soprattutto, visioni, impressioni, sentimenti, che non cerca risposte ma occasioni per interrogarsi e ampliare l’orizzonte dell’ignoto.
L’acqua e il mare diventano lenti attraverso cui è possibile rileggere l’identità: il mare diventa sogno e bisogno, e l’autrice sente di appartenere a quei luoghi di mare, o di oceano, o semplicemente luoghi in cui l’acqua è uno degli elementi fondanti.
La raccolta alterna poesie in versi ad altre che si avvicinano alla prosa, ognuna portando una dimensione intima che si allarga progressivamente. Questo arriva soprattutto, ci spiega sempre l’autrice nella sua nota per (e con) Fame del mare “Mi sono spostata sulla poesia-racconto supportata moralmente da Cesare Pavese (e i suoi Mari del Sud), e ho iniziato a sperimentare forme diaristiche per mettere in poesia gli appunti dei miei viaggi”.
Entrando più nel dettaglio nelle poesie, ci ho rivisto qualcosa che le avvicina da un lato a un “diario di viaggio” ricco di appunti e suggestioni, dall’altro quasi alla forma canzone, e infatti più di una volta mi è venuta una strana associazione, e alcuni di questi versi mi hanno ricordato alcuni testi – e canzoni – scritti da Emidio Clementi per i Massimo Volume – penso a Lungo i Bordi, a Stanze – che mi hanno un po’ ricordato la poetica, quasi flaneurista, dell’autrice. Altro punto saldo, lo sappiamo perché viene citato anche dall’autrice, è Raymond Carver, da cui evidentemente la Giancipoli riprende una certa visione del mondo, fatta di silenzi, precarietà e disillusione.
La malinconia pervade quasi tutte le poesie, tra fantasmi, vecchi amori, cibo mangiato sul divano, libri vecchi da sfogliare: “Dalle tasche bucate cadono volontà mai accolte, abitiamo le sponde invece delle barche”. Spesso ho sottolineato questi piccoli passaggi, soprattutto dalle poesie in forma di prosa, che in generale mi sono sembrate riuscite meglio di quelle in versi. Non si trova gioia, né molte speranze in queste poesie, che sembrano sassi lanciati appunto in un mare blu scuro, quello tanto caro all’autrice: sassi che fanno tanti cerchi concentrici, piccole onde che poi si dissolvono, lasciando dietro un senso di tristezza, tenerezza, nostalgia del passato, forse paura del futuro.
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