foto da Greenpeace
Greenpeace continua la sua battaglia in Ungheria per non far dimenticare quello che è accaduto il 4 ottobre, quando l’impianto di lavorazione dell’alluminio della città di Ajka, nella parte occidentale del territorio ungherese, ha riversato tonnellate di fanghi tossici in tutta la zona. Un disastro di proporzioni immani che, dopo gli allarmi delle prime settimane, è piano piano uscito fuori dall’agenda dei media. Greenpeace però è ancora sul territorio, per prelevare campioni di fango e farli analizzare: e il risultato delle analisi – campioni prelevati presso Kolontar – è davvero critico, dal momento che compaiono ancora oggi altissime concentrazioni di arsenico, mercurio e cromo, dannosissimi per la flora, la fauna e anche l’uomo ovviamente.
E, se il governo ungherese ancora tace, Greenpeace prova a fare chiarezza. E quindi, mentre il governo ha commissariato l’impianto che ha causato il disastro, l’associazione ha intenzione di tenere costantemente informata la popolazione ungherese e mondiale su quello che è accaduto, sulla marea rossa.
Infatti, sul sito di Greenpeace, la denuncia è evidente: “Si stima che 50 tonnellate di arsenico siano state liberate nell’ambiente. Le conseguenze per gli ecosistemi acquatici, le falde e la salute pubblica potrebbero essere devastanti, anche sul lungo periodo. Anche il mercurio, che tende ad accumularsi nei pesci, facilmente può passare all’uomo attraverso la catena alimentare. […] Denunciamo il tentativo di occultamento da parte del Governo ungherese: diamo per scontato che loro sappiano esattamente cosa c’è nel fango. Perché deve essere sempre Greenpeace a pubblicare dati sconcertanti e informare vittime e opinione pubblica sulla realtà dei fatti?”. Ce lo chiediamo anche noi di Econote: perché?
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