«Lucariè, te piace o’ presepio? » chiedeva un indimenticabile Eduardo De Filippo in “Natale in casa Cupiello” al figlio ogni mattina dei giorni che li avvicinavano al Natale. A me il presepe è sempre piaciuto, soprattutto perché non lo abbiamo mai comprato ma costruito frammento dopo frammento, sempre diverso sempre uguale con materiali di recupero.
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Ogni anno il mio papà – che è il presepista doc – guarda una scatolina dei medicinali e ci vede una casetta, si rompe un pastore che portava la legna e diventa un pescivendolo accostato al giusto banco. Ogni anno un nuovo presepe che rappresenta l’arrivo di Gesù bambino, la rinascita, e ogni anno prima di regalarlo vengono staccati i pezzi “tecnologici” che finiranno sul successivo: il motorino per la fontana, la luce del forno della pizzeria. Il resto viene riutilizzato, ricreato, riciclato. Anche i pastori hanno una storia, hanno trent’anni, come me. E ci raccontano una storia, la nostra. E se Cristina ci raccontata del suo “Albero di famiglia” da tramandare come fosse un gioiello prezioso, io vi invito a far diventare patrimonio della vostra famiglia il presepe, non come oggetto da spolverare l’8 dicembre ma come momento di condivisione e riutilizzo.
Le casette sono fatte di scatole e scatoline recuperate tutto l’anno (medicinali, bomboniere, creme di bellezza), i tetti ricavati cartone: se aprite il cartone vedrete una parte tutta zigrinata, perfetta come tegole da posizionare con la colla a caldo. Banchi e banchetti del classico mercato rappresentato nella scena, così come le passamanerie delle scale possono essere creati con rametti della potatura delle vostre piante incrociati e fissati con filo o colla. Sui banchi potete distribuire frutta, verdura, carni e pesci. Fatevi aiutare dai bimbi che con la plastilina ci sanno fare. Le ceste? I tappi delle bottiglie sono perfetti. Una chicca per il banco del pesce, se in un tappo di plastica mettete del riso e lo dipingete con uno smalto per unghie argento, avrete tanti e perfetti pesciolini.
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