Questo mio post inizia con una confessione: lo faccio anch’io ogni volta che il meteo mi impedisce di inforcare la bicicletta. Seleziono la possibile vittima del mio intervento alla fermata del bus e poi l’avvicino furtivamente. La persona solitamente mi guarda sorpresa e, dopo qualche nanosecondo di costernazione, accetta l’invito sorridendo. Voilà.
Da qualche tempo l’iniziativa è sbarcata un po’ più strutturata anche a Torino – dopo Lisbona, Bologna, Roma, Genova, Padova, Treviso – con il nome di “Fino al novantesimo” (tanti sono i minuti di durata del biglietto sabaudo): un cartello anonimo arancione che recita “Se non utilizzi tutti i novanta minuti del tuo biglietto non buttarlo, lascialo qui per i prossimi passeggeri” e una busta in cui è possibile depositare il biglietto obliterato. Perché faccia fare buon viaggio a qualcun altro.
Pare e sembra che GTT, l’azienda trasporti torinese, dichiarandosi estranea all’iniziativa, abbia comunque fatto sapere di tollerare la pratica del ticket-crossing. D’altronde non avrebbe grosse alternative: sui biglietti torinesi non compare l’annotazione che il titolo di viaggio è “strettamente personale”. E se anche ci fosse, sarebbe comunque difficile per i controllori Gtt verificare se il biglietto è acquistato o regalato. E se anche fosse possibile, chi potrebbe vietarmi di donare ciò che è mio?
A Torino finora nessuna rivendicazione ideologica, né nessuna firma sono comparse sui cartelli affissi sulle paline del centro, per un’iniziativa di ticket-crossing dal basso che allena la generosità, incoraggia la solidarietà tra le persone e magari (!) anche la mobilità sostenibile in città. Rivoluzionaria? Certo, come solo la gentilezza disinteressata sa esserlo.
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