La moda sostenibile nasce sott’acqua

La nuova frontiera della moda sostenibile si sposta sott’acqua. Ad essere oggetto di crescente attenzione da parte dell’industria tessile sono infatti le alghe. In particolare la Ascophyllum Nodosum, più nota come alga Kelp, un’alga bruna che cresce nei mari del nord Europa e vicino alle coste dell’Islanda.

Le fibre di questa particolare alga possono essere trattate per ottenerne filati, che vengono poi usati per creare un tessuto dalle caratteristiche molto peculiari: Seacell.

Brevettato dall’italiano Alberto Zanrè, designer milanese, e composto per il 25% da fibre di Ascophyllum Nodosum, questo progetto ha ricevuto il premio European Environmental Award 2000 nella categoria “tecnologie per lo sviluppo sostenibile”.

Il tessuto Seacell è in grado di assorbire il sudore molto meglio delle tradizionali fibre naturali (come il cotone) e a contatto con la pelle ha effetti antinfiammatori, antibatterici, ed è in grado di proteggere dai raggi UV. Apporta sostanze idratanti per la pelle e grazie alla sua azione decongestionante può favorire la circolazione sanguigna.

Recentemente l’azienda Lululemon Athletica, marca di abbigliamento sportivo che vanta la produzione di capi altamente performanti realizzati in Seacell, si è trovata al centro di uno scandalo partito da un’inchiesta del New York Times, volta a confutare la veridicità dei benefici promessi dalla presenza di alghe nei propri prodotti.

La testata newyorkese avrebbe fatto analizzare dei campioni di tessuto provenienti da capi venduti dalla Lululemon, scoprendo che in realtà non contenevano tracce significative di alghe e, di conseguenza, non potevano corrispondere alle promesse fatte ai consumatori. Tuttavia le conclusioni del NYTimes erano a loro volta basate su analisi risultate incomplete, pertanto la controversia non si è conclusa con una presa di posizione netta a favore o contro la Lululemon e il tessuto Seacell.

Per quanto riguarda l’aspetto ambientale va evidenziato che la coltivazione di alghe Kelp avviene in mare, perciò non consuma suoli fertili e non li sottrae alla produzione di alimenti. Gli impianti possono estendersi anche in profondità, occupando meno superficie. Il consumo di acqua per la coltura è nullo, e per la lavorazione è drasticamente ridotto rispetto alle altre fibre. Per fare un confronto ricordiamo che per produrre una T-shirt in cotone, secondo il Sustainable Europe Research Institute, è necessario un consumo di 11000 litri d’acqua, di cui quasi 5000 solo per l’irrigazione delle piante.

Se, quindi, gli effetti benefici sulle persone sono ancora da verificare con certezza, la realizzazione di capi in tessuti derivati da alghe comporta vantaggi certi per l’ambiente ed è perciò auspicabile una maggiore diffusione di queste fibre in futuro.

Giulia Gaido

Designer, specializzata in Ecodesign al Politecnico di Torino. Crede nel progettare “dal cucchiaio alla città”, meglio quando il cucchiaio è compostabile e le città sono molto verdi. Si interessa di cambiamenti climatici ed è fissata con la resilienza. Attualmente fa la grafica. Sogna un mondo più sostenibile e umani migliori. Ama viaggiare, fotografare, fare (e disfare) lavori a maglia e godersi le “sue” montagne.

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Giulia Gaido

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