Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Quando si analizzano i consumi in ambito industriale, l’attenzione finisce spesso su costi e potenza impegnata. Nei reparti produttivi, però, l’energia viene assorbita in modo molto più articolato: alimenta macchine e servizi ausiliari, sostiene la climatizzazione, viene trasformata in calore e, in parte, può andare persa per regolazioni errate, perdite o funzionamenti non necessari. Con una diagnosi energetica ben impostata, si può analizzare pienamente questa realtà, collegando i kWh ai passaggi di lavorazione e ai tempi di utilizzo. Da quel momento, ridurre gli sprechi diventa un’attività più semplice, grazie a precisi obiettivi, responsabilità e indicatori.
La diagnosi energetica è una valutazione strutturata di come l’azienda utilizza energia, in quali momenti e per quali attività. Se è realizzata sulla base di misure affidabili, consente di separare i consumi legati alla produzione da quelli che dipendono da inattività, manutenzione non adeguata o assetti impiantistici superati.
All’interno di uno stabilimento, la stessa linea può assorbire quantità diverse a parità di output, perché cambiano cicli, fermate, condizioni dell’aria, temperature di processo, pressioni richieste o stato di usura di componenti. Senza dati, le decisioni si basano sulle ipotesi.
Con una diagnosi energetica corretta, invece, il confronto si sposta su indicatori molto precisi, dal consumo per lotto al consumo per ora di funzionamento, passando per il consumo specifico per unità prodotta e gli scostamenti tra turni e tra periodi.
Il lavoro parte in genere dal profilo globale del luogo di produzione, sia per quanto riguarda il contatore principale che in riferimento alle curve di carico, ai picchi, ai consumi fuori orario, ad eventuali assorbimenti notturni. Questo livello dà una prima visione dei comportamenti energetici e delle fasce che consumano di più. Per partire con azioni specifiche, però, è necessario scendere a un livello più approfondito.
Tramite una mappatura efficace, è possibile separare le principali famiglie di consumo e, quando possibile, arrivare alle utenze più rilevanti: compressori e trattamento aria, sistemi di pompaggio, forni e resistenze, refrigerazione, aspirazioni, illuminazione e linee di processo. A seconda della complessità dell’impianto, si utilizzano misure temporanee con strumentazione portatile oppure sistemi di monitoraggio fissi, utili per osservare anche cicli variabili, giornate anomale e comportamenti in fase di avvio o fermata.
Non basta conoscere l’energia totale assorbita da una macchina, perché ciò che conta è anche la distribuzione nel tempo. Un assorbimento contenuto ma continuo, infatti, può pesare più di un’utenza potente utilizzata per poche ore. Inoltre, le fasi transitorie (come start e stop e stabilizzazione) generano spesso consumi che restano poco visibili se si osserva soltanto il dato della media giornaliera.
Dopo la fase di misurazione e analisi, il valore della diagnosi energetica dipende dalla capacità di realizzare delle azioni concrete a partire dai dati raccolti. È necessario un piano che definisca interventi, priorità e criteri di verifica. In genere si considerano aspetti come il tempo di rientro economico, la complessità realizzativa, l’effetto sul processo, la necessità di fermo impianto, i requisiti di sicurezza e di qualità.
Può essere utile raggruppare le azioni in classi e assegnare gli indicatori attesi. Un’impostazione semplice, adatta ai reparti, può prevedere, ad esempio, una classificazione in tre livelli:
In questa fase è fondamentale definire chi si occupa di ogni aspetto: chi modifica le impostazioni, chi effettua i controlli, chi registra i dati, chi valida il risultato e chi decide eventuali correzioni successive. In assenza di ruoli chiari, si rischia di eseguire l’intervento una volta e poi di lasciarlo decadere nel tempo.
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