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Deforestazione, non c’è solo l’olio di palma

Foreste incontaminate coprivano tutta la nazione offrendo ospitalità ad una fauna rigogliosa, poi l’uomo cominciò a fare tabula rasa per consentire all’agricoltura di espandersi. Non si sta parlando del sud-est asiatico né del tanto discusso olio di palma.

Questa è stata in poche parole l’involuzione del territorio Italiano e quello che per noi attualmente sono caratteri distintivi e di vanto del nostro paesaggio, come le monocolture di vigneti e uliveti, non sono altro che luoghi snaturati e definitivamente devastati.

La storia non insegna e quanto accaduto in Italia e in molti altri Paesi si sta riproponendo negli ultimi anni nelle foreste della Malesia e dell’Indonesia, le quali sono sempre più compromesse dal commercio illegale di legname e dalle coltivazioni di olio di palma per soddisfare l’industria dei carburanti, dei cosmetici e quella alimentare. Gli animali, tra cui oranghi, tigri, rinoceronti ed elefanti, vengono uccisi dall’uomo perché dannosi per le colture o muoiono negli incendi appiccati per distruggere le foreste; altri animali, invece, soprattutto i cuccioli di orango, vengono catturati per essere venduti. Agli animali sopravvissuti non resta che un habitat poco adatto in cui vivere e sempre più ristretto.

La situazione è del tutto fuori controllo e, nonostante le regole imposte dal gruppo RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil) per un’agricoltura sostenibile dell’olio di palma, non si è stati in grado di impedire la distruzione degli ecosistemi, come mostra questa infografica di Greenpeace, a causa di normative poco efficaci e traffici illeciti.

Di recente costituzione, il gruppo POIG (Palm Oil Innovation Group) mira a compensare le mancanze del RSPO per garantire coltivazioni realmente sostenibili e vietare la distruzione di tutte le foreste, anche quelle secondarie e delle torbiere che non sono attualmente protette dagli standard del RSPO.

Ma il problema è davvero l’olio di palma? Stupisce come l’opinione pubblica non faccia altro che parlare dell’olio di palma. Pare non esista altro. Si tratta di una imponente campagna di marketing? C’è forse qualche soggetto interessato a boicottare il mercato di quest’olio? A causare la deforestazione non sono certo le piantagioni di palma in sé, ma piuttosto le colpe sono da individuare nelle logiche innaturali delle monocolture intensive, peraltro gestite dalle multinazionali che, oltre a distruggere ed inquinare l’ambiente, sterminare la fauna ed usare OGM, non rispettano nemmeno le popolazioni locali che vengono sfruttate con salari miseri, avvelenate dai pesticidi impiegati massicciamente, private delle loro terre e abitazioni e spesso intimidite ed uccise in caso di resistenza. Ne avevamo già parlato in merito ai Guarani relativamente allo zucchero usato da Coca Cola.
Molti tra quelli che non consumano più alimenti contenenti l’olio di palma, pensando quindi di essere a posto con la coscienza, è probabile che ignorino come la deforestazione sia causata in tutto il mondo anche dalla produzione intensiva di:

cacao
soia (quasi sempre OGM, è usata anche per i mangimi del bestiame)
mais (usato anche per produrre sciroppo di glucosio)
caffè
banane
zucchero
tabacco
cotone (l’industria del cotone è quella che impiega più pesticidi seguita da quella delle banane)
carne
carta
legno

Il futuro del commercio e del nostro pianeta lo scelgono i consumatori al supermercato. Se le multinazionali sono cresciute così tanto e senza alcuna etica è perché i consumatori, attratti dai prezzi stracciati, lo hanno permesso. Sono loro i primi finanziatori di questi atti criminali. Boicottare l’olio di palma e tutte le altre coltivazioni intensive è giusto, se non vogliamo che le foreste si trasformino in luoghi snaturati e senza vita; questo, però, non vuol dire non consumare più questi prodotti, ma piuttosto si rende necessario moderarne il consumo e sceglierli provenienti da agricoltura biologica e, dove possibile, da mercato equo-solidale che tutelano non solo l’ambiente, ma anche i lavoratori e le popolazioni locali.
E ricordiamoci che anche l’Italia lotta per i suoi “oranghi”: cinghiali, cervi lupi, orsi, ecc. sono da sempre perseguitati da agricoltori, allevatori e cittadini. Perché piangere solo per gli oranghi del sud-est asiatico?

Foto copertina: Ulet Ifansasti | Greenpeace

Alessio Mesiano

Alessio Mesiano, fotografo e architetto di Milano, grazie alla specializzazione in bioarchitettura si è avvicinato al mondo della sostenibilità e dell'etica. L'amore per la natura è diventata negli anni una filosofia di vita che lo ha portato a maturare sempre più la convinzione che il cambiamento per un mondo migliore debba partire dal basso e ognuno debba fare la sua parte. È diventato così vegano, animalista, antispecista, ambientalista ed attivista. Approda su Econote.it grazie alla foto di un cucciolo in un canile in Romania, dove Alessio presta servizio per l’Associazione Save the dogs.

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Alessio Mesiano

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