Abbiamo intervistato Devis Bonanni, che seguiamo da un po’. Nella sua personalissima idea di decrescita ha abbandonato un lavoro da informatico per rifugiarsi sulle montagne della Carnia e fare il contadino. Qui la recensione del suo primo libro: Pecoranera e qui quella del suo nuovo libro Il buon selvaggio, entrambi edizioni Marsilio. In entrambe le occasioni vi abbiamo regalato delle copie con i contest sui social.
Io parto soprattutto da una considerazione: siamo la seconda generazione che può scegliere cosa mangiare e la prima che ha informazioni per farlo. Appena settant’anni fa, mia nonna, senza il latte delle sue vacche, avrebbe patito la fame; lei però abitava in montagna in un luogo e in un’epoca che imponevano uno stretto regime di auto sostentamento. Non esistono alimenti che fanno male in assoluto ma piuttosto alimenti che tolleriamo facilmente e altri che mettono il nostro organismo a dura prova. Consumiamo latte materno e poi veniamo svezzati. Assumere il latte di un altro mammifero in un periodo della vita che non lo prevede è uscire di molto dal solco biologico della specie umana. Immagino quindi che questo alimento sia più o meno incompatibile con il singolo e con la popolazione di cui fa parte. Maya, Aztechi e Inca hanno fondato imperi senza vacche e senza latte. Il meglio che ci possiamo attendere è di non subire danni da un consumo assiduo di questo alimento. Ma perché dunque sacrificare altri alimenti più adatti per consumarne uno di incerto beneficio? A colazione preferisco qualche frutto fresco e un paio di fette spalmate di miele.
L’allarme sulla carne non mi ha sorpreso per nulla. Vale lo stesso concetto espresso per il latte. Anche la carne è abbastanza lontana dalle nostre origini, è normale che abusarne possa causare problemi. Purtroppo gli allarmi senza un’adeguata informazione servono solo a creare opposte fazioni. In questo caso vegetariani contro fanatici della grigliata. Comunque le linee guida stanno emergendo, oramai la gran parte dei nutrizionisti è concorde nel dire che cereali integrali, legumi, frutta e verdura sono cibi da tutti i giorni mentre carni, dolci e bevande zuccherate sono cibi della domenica.
In Italia non ci sono megalopoli. Anche in uno dei nostri cento capoluoghi di provincia la prima campagna non dista che due o tre chilometri. Fare parte di un GAS attento all’agricoltura locale può renderci partecipi del “mangiare è un atto agricolo” di Wendell Berry. Per un’esperienza più complessa invece suggerisco di trascorrere le proprie ferie con il World Wide Opportunities on Organic Farms (www.wwoof.it) per trascorrere del tempo assieme a persone che coltivano per auto-sussistenza e piccolo commercio.
Guardatevi attorno e diventati autentici abitatori del vostro territorio. Fate delle passeggiate nella prima campagna per accorgervi di cosa accade nei campi, nei boschetti, al centro delle enormi rotonde che punteggiano le periferie. C’è una Natura che sopravvive in forzata coabitazione con l’antropizzazione del territorio e c’è una fauna umana che sopravvive nella vituperata campagna: conoscetela.
C’è una legge che obbliga ogni comune a piantare un albero per ogni nuovo nato. Chiedete al sindaco di indicarvi il vostro albero. Se non sa come rispondervi allora potreste pretendere un fazzoletto di spazio pubblico per piantare il vostro albero. Io opterei per un bel kaki, albero rustico e generosissimo.
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