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Le vite potenziali di Francesco Targhetta

Le vite potenziali di Francesco Targhetta è un libro capace di mostrarci un tipico spaccato dei nostri tempi. L’autore, poeta e autore di alcune importanti raccolte e di un romanzo in versi pubblicato per Isbn, è entrato con questo romanzo nella cinquina del Premio Campiello.

I protagonisti sono tre uomini tra i 35 e i 40 anni. Luciano, Alberto e Giorgio lavorano in un’azienda informatica, la Albecom di Marghera. Le vite di questi tre uomini all’interno dell’azienda si intrecciano, in un continuo tentativo di realizzazione professionale, perché oltre l’azienda e il lavoro sembra non poterci essere altro. Niente sentimenti, poco amore. Solo il lavoro, totalizzante e inglobante, con pochi momenti destinati a ciò che accade fuori dall’ufficio.

L’azienda è tutto, alla Albecom. Azienda, codici, programmazione, progetti da portare a termine. La vita quotidiana dei tre nerd protagonisti del romanzo si riduce quasi totalmente a quello che accade sul luogo di lavoro. La prosa di Targhetta descrive minuziosamente le loro giornate, la routine lavorativa, i tentativi amorosi, gli incontri, gli scontri, le interazioni e le tentazioni di tre esseri umani e reali in un’azienda informatica che lavora con la rete, in rete, con l’immateriale. Le vite dei tre sono “vite potenziali” perché mai realizzate del tutto, in potenza potrebbero essere altro, molto altro, ma alla fine sono soltanto vite di persone appartenenti alla nostra generazione senza punti di riferimento, nutrita da troppi input ma non per questo sazia e appagata, sempre in cerca di qualcosa, non si sa bene cosa. Targhetta analizza e scandaglia l’animo dei suoi tre personaggi, i suoi rapporti tra di loro e con le figure di contorno. Personaggi che sono in relazione con gli altri, ma restano comunque soli, atomi anonimi in cerca di consolazione.

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Come già in Perciò veniamo bene nelle fotografie, Targhetta eccelle nelle descrizioni degli ambienti, degli incroci stradali, delle vie di periferie, degli stanzoni anonimi che caratterizzano le vite dei protagonisti, il loro presente, il loro passato: “C’erano sere in cui Alberto, prima di tornare a Casier, da Paola, nel loro appartamento con il gres porcellanato, decideva di passare nella casa avita, rimasta a sgretolarsi sul bordo della strada provinciale che da Treviso sbatte a Castelfranco, in un paese che, per lo stesso destino di chiarezza toccato in sorte a lui, si chiama Paese, il luogo della tautologia, dove il bar della stazione si chiama Bar della Stazione e la pizzeria accanto al Capitello pizzeria al Capitello, e tutto mostra se stesso nel momento in cui lo si nomina”. O ancora, si sofferma magistralmente su descrizioni e paesaggi desolanti e deprimenti: “La mattina era bianca, sovrastata da uno di quei cieli di aprile che sembrano in sciopero, mentre i gabbiani annunciavano pioggia nel loro volo muto attraverso i vasti profili dei carriponte. Sullo spiazzo che chiudeva la via, alcuni pensionati pescavano vongole e cefali al fosgene, di fronte a silos di centrali elettriche e alle unità per la combustione del CSS.

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Targhetta si conferma maestro nel narrare la nostra generazione confusa e tratteggiare magistralmente paesaggi e vita del Veneto, in generale del nordest italiano. In questo caso, ponendo al centro ancor di più le relazioni umani frammentate e ingarbugliate, di persone incapaci di trovare un equilibrio, se non illusorio, nel lavoro. Una narrazione elegante e incisiva, con vaghi echi Houellebecquiani, per un romanzo delicato e coinvolgente, questo, che ci permette di entrare nelle vite potenziali Alberto, Luciano e Giorgio, e conoscere un po’ meglio anche le nostre.


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