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Pensa come mangi, lo spreco alimentare visto dai filosofi

“Cominciamo con qualche pugno nello stomaco”, esordisce con un sorriso Roberto Cavallo, esperto di rifiuti, a Torino nei panni del moderatore al convegno filosofico “L’abbondanza e la fame” per il bel ciclo “Pensare il cibo“.
“Cominciamo dando qualche dato drammatico di quello che è lo spreco di cibo lungo la filiera agroalimentare: solo in Italia restano in campo il 2% della frutta e il 13% degli ortaggi in serra, pari a 18 milioni di tonnellate all’anno. Durante la fase di preconfezionamento si sprecano invece il 2% delle bevande, il 3,5% del pesce e il 4,5% dell’ortofrutta, per un totale di 2 milioni di tonnellate. Proseguendo lungo la filiera, la GDO con la ristorazione collettiva butta via 300mila tonnellate di scarti (coltivati e già confezionati ma magari difettosi), mentre lo spreco domestico, ultimo anello della catena, fa bruciare circa 500 euro a famiglia ogni anno“.
Stupiti? E non è che l’inizio. Cosa cestiniamo di più? Il 10% degli affettati e di prodotti di terza gamma (congelati e surgelati per intenderci), il 19% del pane e il 35% dei prodotti freschi.

La platea incassa i conti in religioso silenzio: più che pensare, è forse il caso di ripensare il cibo e qualche nostro comportamento. Nonostante la crisi, l’Italia spreca ancora molto, e con lei i paesi più ricchi, abituati a una produzione di desiderio – alimentare e non – iperbolica, affetti da immaginari bulimici utili soprattutto, secondo il filosofo Federico Vercellone, a compensare solitudini e infelicità.

Ma se da una parte del mondo abitano l’abbondanza e lo spreco, dall’altra parte è la fame a farla da padrona. “Ci sono ancora troppe persone denutrite – denuncia il teologo Bruno Bignami –. Se paesi come India e Cina hanno fatto netti progressi sotto questo aspetto, nell’Africa subsahariana invece il numero dei morti per fame è addirittura aumentato. Eppure gli esperti dicono che la produzione alimentare mondiale è perfettamente in grado di sfamare 12 miliardi di persone, e noi non siamo così tanti”. E allora? Allora non serve produrre di più, perché cibo ce n’è per tutti, ma è indispensabile gestire meglio la dispensa del Pianeta.
Come? Bignami invita innanzitutto a ricordare il significato biblico della parolamanna‘, il pane quotidiano offerto da Dio, in grado di soddisfare il bisogno di cibo solo per quel giorno, quanto basta. Imparando insomma quando e quanto è abbastanza.


A questo si aggiunga che “Gli sprechi alimentari sono legati alla produzione di scarti umani: qualcuno non ce la può fare e deve morire di fame”, continua Bignami. “Il cibo invece chiama da sempre l’esperienza della convivialità, della condivisione, a partire dalla famiglia”. Forse anche per questo crescono a ogni latitudine progetti di foodsharing, che evitano lo spreco alimentare attraverso la pratica semplice della condivisione di cibo.

Il concetto di condivisione è utile anche per la gestione degli scarti – conclude Vercellone –, perché ci permette di entrare in relazione con la cosa, con l’oggetto di cui mi preoccupo fino alla fine. Il rifiuto allora è il figlio che non abbiamo accolto ma che torna di proprietà pubblica e che può poi essere adottato da qualcuno. Lo scarto in questo modo acquisisce un significato positivo, diventa insomma una nuova chance”. Da cogliere e valorizzare al meglio.

Alessandra Mazzotta

Giornalista pubblicista, copywriter, blogger, esperta nella comunicazione ambientale e nell'organizzazione di eventi sostenibili. È laureata in scienze della comunicazione con una tesi sul comico linguistico. Ha lavorato per giornali di carta e digitali, scrivendo di ambiente e intercultura, ha curato la campagna T.V.B. Ti Voglio Bere per la valorizzazione dell'acqua del rubinetto, ha scritto l'ebook "L'antispreco è servito. Ricette teoriche e pratiche contro lo spreco alimentare". Pessima cuoca, buona forchetta, vive a Torino, viaggia in bici e crede nella sostenibile leggerezza dell'essere: sulla Terra. Twitta come @alessandramaz

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