Anatomia di una confessione necessaria: il nuovo libro Neo Edizioni
C’è un momento, durante la lettura di Veneri Deformi di Yasmina Pani, da pochi giorni uscito per Neo Edizioni in una nuova collana, Diversioni, curata da Alex Piovan, in cui la lettura si fa così dolorosa, e la confessione/descrizione dell’esperienza di disturbo alimentare raccontato dall’autrice così cruda, vera e sincera, che si prova quasi un fastidio, una commozione, una forte empatia nei confronti dell’autrice. Il fastidio però non si trasforma in repulsione, ma in attrazione, in desiderio di continuare la lettura, quasi per capire, in fondo, l’autrice dove voglia arrivare nel mettersi a nudo, quanto oltre voglia spingersi.
Ci racconta tutto, la Pani, in questo nuovo libro, distante dai suoi precedenti – su temi di linguistica, parità di genere – e in questo caso siamo nel campo dell’autofiction pura, che sfocia nella biografia.
La Pani ha da sempre un disturbo alimentare, da sempre non accetta il suo corpo. Si è sempre vista bassa, sempre con le gambe grosse, le braccia pendule. Senza filtri, con un velo d’ironia ma anche molta voglie di sorprendere il lettore – penso a quando parla della sessualità, dei suoi desideri, delle sue pulsazioni – l’autrice si mette completamente a nudo, parlando di cibo, di assenza di cibo, di vomito, di perfezione anelata e imperfezioni reali, spingendo capitolo dopo capitolo sempre più in alto l’asticella della sua confessione.

Yasmina Pani è una insegnante, divulgatrice di materie linguistiche e letterarie, molto attiva anche sul linguaggio inclusivo e sull’informazione antisessista — racconta la sua storia di sofferenza. Lo fa senza giri di parole e senza alcuna pretesa moralistica o terapeutica. Non c’è giudizio, non c’è espiazione né suggerimenti di cura. “Non offre consigli né vuole affidare messaggi di crescita e speranza al lettore: con una lingua precisa e un perfetto equilibrio formale, riporta fedelmente la verità come la vive l’autrice” così scrivono in copertina dalla casa editrice, ed è esattamente quello che si trova a leggere il lettore.
Molto riuscite sono le sezioni in cui l’autrice descrive le varie fasi della sua autodistruzione (Il digiuno, l’abbuffata, il rito), durante le quali ogni lettore non può che provare da un lato empatia, dall’auto quasi una fascinazione per il modo in cui l’autrice prova a distruggersi e sabotarsi. Un po’ più pesanti e ripetitive risultano le parti finali in cui, in modo un po’ sfilacciato e ripetitivo, l’autrice ci descrive il suo rapporto con il sesso e l’invidia che prova nei confronti di quasi ogni donna (“Ho quasi trentacinque anni, mi sono sempre vista brutta che io ricordi, eppure ancora non riesco ad accettare che nel mondo ci siano donne più belle di me”). Il libretto, però, si conclude in modo esplosivo con l’Epilogo (involontario) in cui l’autrice porta all’estremo la sua confessione, parlandoci approfonditamente di tette, di grasso, di lardo, di chirurgia plastica, fino alla sorprendente confessione finale, un aprirsi del tutto, sincera, al giudizio del lettore e un’ultima geniale consapevolezza: “Abbandono ogni speranza di verità”.
(segnalo che ho appena letto un post di Neo Edizioni, in cui si fa presente che il libro, a pochissimi giorni dall’uscita e con il Salone del libro di Torino in mezzo, è già andato in ristampa. Segno che di questo saggio-confessione si sentiva la necessità, e che sta incontrando il favore o per lo meno la curiosità del pubblico. E quando il pubblico premia, non c’è recensione che tenga)
